RECENSIONE DI “DELITTI ALLO SPECCHIO” SU Scenacriminis.com

di Nunzia Procida

Gli omicidi registrati in Italia sono circa cinquecento ogni anno: meno di due al giorno mediamente. Certi omicidi però si insinuano dentro la nostra testa fino a diventare ossessivi, colpiscono i sentimenti poiché paiono possibili all’esperienza tragica di ognuno. Talora eccitano la nostra curiosità, altre volte ci riempiono di angoscia come se ci appartenessero, come se la scena del delitto fosse la stessa in cui ci saremmo potuti trovare noi. E allora quel fatto orrendo ci chiama in causa e ci riempie di paura e di ansia. Simili stati d’animo non consentono il silenzio, ma fanno scattare il bisogno di parlarne, per liberare l’angoscia e, soprattutto, per capire. Su tale bisogno si inserisce il lavoro di Roberta Bruzzone e Valentina Magrin, Delitti allo specchio. I casi di Perugia e Garlasco a confronto oltre ogni ragionevole dubbio (Edizioni Imprimatur), che racconta, a distanza di dieci anni, l’omicidio di Meredith Kercher, morta l’1 novembre 2007 a Perugia, e quello di Chiara Poggi, assassinata il 13 agosto dello stesso anno a Garlasco, “[…] due ragazze per molti versi simili, come tante ragazze della loro età, piene di progetti, senza nessuna nube all’orizzonte e con tutta la vita davanti. Non hanno neppure avuto il tempo di farseli dei nemici. O almeno di questo dovevano essere convinte fino a quando, improvvisamente, tutto è cambiato per sempre” (pag. 66) e irrimediabilmente.

Chiara Poggi, 26 anni, laureata in Economia, viveva a Garlasco (Pavia) con i genitori e il fratello, era la fidanzata di Alberto Stasi, poi giudicato unico colpevole del suo omicidio: la ragazza “non avrebbe mai aperto la porta ad uno sconosciuto, tantomeno in pigiama. Inoltre la mancanza di segni di effrazione, la dinamica dell’omicidio, il fatto che l’assassino si sia mosso agevolmente all’interno degli spazi di quella casa e il fatto che non ci siano tracce di soggetti terzi collegabili al delitto dimostrerebbero che Chiara e il suo assassino si conoscevano bene, erano intimi. E in quel periodo, l’unica persona che poteva corrispondere a questa descrizione presente a Garlasco era Alberto Stasi” (pagg. 120-121).

Meredith Kercher, ventiduenne londinese, studentessa Erasmus a Perugia dove divideva un appartamento con l’americana Amanda Knox che all’epoca dei fatti iniziava una storia d’amore con Raffaele Sollecito, conosceva il suo assassino? Rudy Guede, unico condannato in concorso con ignoti, “è l’ultimo protagonista” – dopo Amanda e Raffaele – “a fare il suo ingresso in scena, ma sarà l’unico a rimanerci fino al Terzo e ultimo grado di giudizio. […] A tirarlo in ballo non ci sono indizi o testimonianze, ma prove scientifiche inattaccabili. […] La scena del delitto è piena zeppa di sue tracce di varia matrice. Dentro il corpo di Meredith c’è il suo profilo genetico” (pagg. 105-106). Eppure, mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle, il risultato è che “la verità processuale, quella sigillata con il marchio a fuoco della suprema Corte di Cassazione Amanda e Raffaele [erano] presenti in via della Pergola al momento dell’omicidio di Meredith (o subito dopo) […]. Se davvero i due fidanzati erano sulla scena del delitto, allora in tutti questi anni hanno raccontato un sacco di bugie e i dubbi sul loro ruolo nell’evento omicidiario restano” (pag. 158).

Parlare di due casi contemporaneamente mostra al lettore la complessità del lavoro investigativo: è il come lavorano gli attori sulla scena del crimine, nei laboratori scientifici, nelle aule dei tribunali ad essere raccontati nel testo. I delitti di Chiara e Meredith se da un lato vengono destrutturati “per tentare di porre rimedio alle inevitabili conseguenze di clamorosi errori investigativi” (pag. 15) e per tentare di restituire una verità che soddisfi chi la cerca, dall’altro offrono l’opportunità ai non addetti ai lavori di conoscere gli strumenti per decodificare il fatto delittuoso visto non più – come siamo abituati – con gli occhi del medium televisivo ma con la lente analitica di chi fa questo mestiere e lo sa fare bene.

I casi di Chiara e Meredith, infatti, hanno riempito i palinsesti televisivi per diversi anni: gli spettatori hanno seguito le numerose ricostruzioni degli ultimi istanti delle loro vite, che venivano riportati sotto i riflettori, mentre nelle camere penali si cercavano i colpevoli dei loro delitti. Chiara e Meredith meritavano giustizia, una giustizia che, però, ha tardato ad arrivare a causa dei grossolani, numerosi errori svolti durante le indagini preliminari: ad esempio, negli atti processuali del caso Kercher si legge che “non sono state seguite le procedure internazionali di sopralluogo ed i protocolli internazionali di raccolta e campionamento del reperto” (riportato a pag. 151). Infatti, “La polizia scientifica, durante il sopralluogo, entrava e usciva dalla camera di Meredith senza cambiare né calzari né guanti” (pag. 193). Molti sono i dubbi che ruotano intorno all’incapacità, a volte voluta (basti pensare alla non repertazione di tutte le biciclette possedute da Stasi), investigativa. Dubbi che le autrici provano a sciogliere e a consolidare nel corso del loro lavoro, analizzando – non senza un interessante, complesso e ricercato apparato di foto e di passi selezionati dagli atti processuali – le prove e le testimonianze utili alla ricerca dei veri colpevoli.

Delitti allo specchio ricostruisce i complicati iter processuali dei casi Poggi e Kercher: entrambi i processi sono stati indiziari (privi, cioè, di prove schiaccianti o ammissione di colpa) e a parlare, paradossalmente, è stata l’assenza di tracce degli autori del delitto laddove invece ci si aspettava ci fossero. Alla berlina, dunque, non sono le Sentenze emanate, di volta in volta, dai giudici ma il lavoro di chi avrebbe dovuto cristallizzare la scena del crimine affinché i parenti e gli amici di Chiara e Meredith potessero conoscere oltre ogni ragionevole dubbio la mano, il nome che aveva agito così crudelmente sui corpi delle due vittime.

(ARTICOLO ORIGINALE QUI)

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